Rischi da catastrofi naturali e di sostenibilità Il monitoraggio annuale IVASS Mix by audio-joiner.com
Rischi da catastrofi naturali e di sostenibilità Il monitoraggio annuale IVASS. Il Rapporto 2026 Rischi da catastrofi naturali e di sostenibilità: monitoraggio annuale, curato da Katia Specchia, Leandro D’Aurizio e Marco Ligios, presenta i risultati del quarto monitoraggio avviato dall’IVASS nel 2022 sul modo in cui il mercato assicurativo italiano affronta i rischi climatici, le catastrofi naturali e la transizione verso un’economia sostenibile. L’obiettivo è valutare sia l’esposizione delle compagnie ai rischi fisici e di transizione sia il contributo che il settore può offrire alla resilienza economica, alla riduzione del divario tra perdite e coperture assicurative e alle politiche di decarbonizzazione.
Nel complesso, il monitoraggio descrive un mercato nel quale la gestione dei rischi climatici e l’integrazione della sostenibilità stanno progredendo, ma in modo ancora disomogeneo. Crescono i premi, si affinano le tecniche di valutazione e tariffazione e si diffondono le politiche di investimento sostenibile; rimangono però un ampio divario di protezione assicurativa, una redditività fragile delle coperture climatiche, una maggiore vulnerabilità delle imprese minori, una scarsa diffusione dei piani di transizione e limiti informativi che condizionano la qualità delle valutazioni.
La rilevazione ha coinvolto 89 imprese vigilate, delle quali 85 con sede legale in Italia e 4 rappresentanze di imprese extra SEE. 87 imprese hanno fornito informazioni sugli investimenti sostenibili, sulle emissioni associate ai portafogli e sugli aspetti di governance; nell’ambito del comparto danni, 61 compagnie hanno trasmesso anche dati sulle coperture contro le catastrofi naturali. Le informazioni quantitative su sottoscrizione e investimenti sono riferite alla fine del 2024, mentre quelle qualitative su governo societario, gestione dei rischi e strategie arrivano alla fine del 2025.
Il rapporto si colloca in una fase di particolare rilievo per il mercato italiano, caratterizzata dall’introduzione dell’obbligo assicurativo contro sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni per le imprese non agricole. Tuttavia, poiché i dati quantitativi si fermano al 2024, il monitoraggio non consente ancora di misurare gli effetti della nuova disciplina, la cui applicazione è stata distribuita tra il 2025 e il 2026 in funzione delle dimensioni aziendali.
Sul piano della governance, il documento registra un progresso nell’integrazione dei fattori ambientali, sociali e di governo societario. L’89% delle compagnie dichiara di averli già inseriti nei sistemi di governo e gestione dei rischi, mentre un ulteriore 4% ne ha programmato l’introduzione. Rimane un 7%, costituito da imprese prevalentemente piccole, specializzate o con portafogli poco esposti agli impatti ambientali, che considera il rischio climatico non significativo e non ha ancora avviato interventi specifici.
L’integrazione dei fattori ESG è particolarmente diffusa nelle politiche di remunerazione e di investimento, adottata in entrambi i casi da oltre l’80% delle compagnie. Seguono le politiche di sottoscrizione vita e danni, mentre la diffusione è più limitata nella distribuzione e, soprattutto, nella riassicurazione. Gli obiettivi di sostenibilità incidono progressivamente sulla remunerazione variabile dei vertici, sulle scelte di investimento, sulla progettazione dei prodotti, sulla tariffazione, sulla valutazione dei rischi e sull’informazione fornita alla clientela. Le compagnie più grandi tendono a dotarsi di comitati e funzioni specificamente dedicati ai temi ESG; una quota compresa tra il 30% e il 40% delle imprese, prevalentemente medio-piccole, continua invece a non disporre di strutture dedicate.
Oltre l’80% delle compagnie considera materiali i rischi climatici. La rilevanza attribuita ai rischi fisici è cresciuta, passando dal 76,2% all’84,7%, mentre quella dei rischi di transizione è scesa dall’82,1% al 76,5%. La materialità viene valutata con riferimento sia agli investimenti sia alle passività assicurative, tenendo conto della redditività tecnica, della composizione dei portafogli, dell’esposizione ai settori ad alta intensità di carbonio e delle politiche di sottoscrizione e riassicurazione.
Tra le 70 imprese che giudicano materiali i rischi climatici, 59 hanno svolto analisi di scenario. I rischi fisici a medio e lungo termine risultano quelli potenzialmente più incisivi e, nell’81% dei casi, gli scenari esaminati prevedono un aumento della temperatura di almeno due gradi. I rischi di transizione producono invece, secondo le valutazioni delle compagnie, effetti generalmente contenuti: le variazioni del valore di mercato degli attivi sono in prevalenza inferiori al 2% e le riduzioni del Solvency Ratio rimangono entro le soglie di tolleranza. Le analisi sono però ancora condotte soprattutto con un approccio statico, applicando gli shock climatici ai portafogli esistenti senza considerarne l’evoluzione futura né le eventuali azioni di adattamento.
Per fronteggiare la maggiore esposizione ai rischi fisici, le compagnie più grandi dichiarano di intervenire sulle tariffe, sui limiti e sulle esclusioni contrattuali, di aggiornare i modelli di determinazione dei prezzi, di rafforzare la riassicurazione per eccesso di sinistro e di introdurre limiti di tolleranza nelle attività di sottoscrizione e investimento. Vengono inoltre definiti obiettivi intermedi di riduzione dell’intensità carbonica e aggiornati i sistemi di propensione al rischio. Restano invece poco diffusi i veri e propri piani di transizione: soltanto quattro capogruppo dichiarano di averne già predisposto uno e altre 18 compagnie, soprattutto di grandi dimensioni, lo stanno ancora elaborando. Le principali difficoltà riguardano la scarsità e la disomogeneità dei dati, l’assenza di metriche comuni, l’evoluzione della normativa europea, l’incertezza sulla redditività delle iniziative a basse emissioni e i rischi reputazionali connessi alla trasparenza delle comunicazioni.
Per quanto riguarda la sottoscrizione dei rischi catastrofali, tra il 2021 e il 2024 i premi sono cresciuti mediamente del 10% all’anno, arrivando a rappresentare circa il 6-7% della raccolta danni. Nel 2024 i premi per le coperture catastrofali, compreso il terremoto, hanno raggiunto 3,1 miliardi di euro, contro 2,8 miliardi nel 2023. Di questi, 2,7 miliardi riguardano i rischi climatici, con una crescita del 14,6%.
La raccolta climatica è concentrata soprattutto sulla grandine, che rappresenta il 67,8% dei premi, seguita dalle tempeste con il 19,6% e dalle inondazioni con l’11%. Questi tre rischi costituiscono complessivamente il 98,4% dei premi climatici. L’aumento della raccolta deriva principalmente dal rincaro delle coperture dopo le elevate perdite del 2023 e, in misura più limitata, dall’aumento delle somme assicurate nel comparto residenziale.
Dopo gli oltre 7 miliardi di euro di sinistri climatici registrati nel 2023, nel 2024 gli oneri sono scesi a circa 2 miliardi. Il combined ratio dei rischi climatici, che rapporta sinistri e spese ai premi di competenza, è quindi diminuito dal 351,7% al 105,2%. Il miglioramento è legato al fatto che nel 2024, pur essendosi verificati numerosi eventi estremi diffusi e di intensità medio-alta, non si è prodotto un evento nazionale paragonabile a quello che nel luglio 2023 aveva interessato l’area metropolitana di Milano. La gestione dei rischi climatici è rimasta comunque tecnicamente negativa nel suo complesso, poiché sinistri e spese hanno superato i premi di competenza. Il comparto terremoto ha invece registrato premi per 396 milioni di euro e un combined ratio del 21,1%, grazie ai limitati esborsi per sinistri.
La redditività varia notevolmente in base alla dimensione delle compagnie. Il combined ratio climatico è pari al 101,1% per le imprese grandi e grandissime, al 112,3% per quelle medio-grandi e al 132,6% per le imprese minori. La raccolta è inoltre fortemente concentrata: cinque gruppi assicurativi rappresentano il 71,4% del mercato catastrofale e otto grandi compagnie raccolgono il 67,7% dei premi relativi ai rischi climatici.
Il rapporto conferma la persistenza di un ampio divario di protezione. Le coperture degli immobili residenziali sono cresciute, ma rimangono molto contenute rispetto all’intero patrimonio abitativo: alla fine del 2024 risulta assicurato contro l’inondazione il 5,1% delle abitazioni italiane e contro il terremoto il 5,6%. Le coperture sono inoltre concentrate nelle regioni settentrionali: Nord-Ovest e Nord-Est rappresentano oltre il 66% delle somme assicurate per gli immobili commerciali e il 72% di quelle riferite agli immobili residenziali.
Una parte significativa del potenziale danno rimane a carico degli assicurati per effetto di franchigie e massimali. La quota è generalmente superiore per la clientela commerciale rispetto a quella al dettaglio e raggiunge, per le imprese, il 38,6% della somma assicurata nel caso del terremoto. Le condizioni di offerta sono diventate più selettive: le compagnie segnalano aumenti dei premi, maggiori franchigie e scoperti, riduzioni dei massimali, limitazioni territoriali, disdette delle polizze caratterizzate da ripetuti sinistri e, in alcuni casi, l’uscita dai segmenti più rischiosi.
Allo stesso tempo, il mercato mostra progressi nell’adattamento climatico. La quota di compagnie danni che combina dati storici, previsioni e scenari climatici nella modellizzazione e nella determinazione dei prezzi è passata dal 7% nel 2024 al 33% nel 2025. Sono aumentate anche la personalizzazione delle coperture, l’offerta di prodotti per eventi climatici e i servizi destinati alla gestione tempestiva dei sinistri. Il KPI medio di sottoscrizione, che misura l’incidenza dei premi climatici ammissibili o allineati alla Tassonomia europea sui premi danni complessivi, è salito dal 6,1% al 6,5%.
Sul versante degli investimenti, le compagnie partecipanti detenevano alla fine del 2024 un portafoglio complessivo di circa 995 miliardi di euro. Il 61,4% era costituito da obbligazioni governative e societarie, il 16,4% da azioni e partecipazioni e il restante 22% da immobili, liquidità, prestiti ipotecari, fondi non analizzati nel dettaglio e derivati. L’82,5% delle imprese, rappresentativo del 99,8% degli investimenti del settore, dichiara di adottare una politica di investimento sostenibile. Più della metà ha fissato un obiettivo di decarbonizzazione, generalmente orientato al raggiungimento delle emissioni nette nulle entro il 2050.
La strategia sostenibile più diffusa consiste nell’escludere imprese, settori o Paesi non coerenti con i criteri adottati. Sono inoltre utilizzati rating ESG, analisi interne, selezione dei migliori emittenti, engagement, investimenti tematici e investimenti a impatto. Le compagnie fanno largo ricorso a fornitori esterni di rating ESG, ma nel 68% dei casi affiancano a queste valutazioni proprie analisi interne.
Gli investimenti nei settori potenzialmente esposti ai rischi di transizione ammontano a circa 68 miliardi di euro, pari al 6,5% del totale. Si concentrano soprattutto nelle attività manifatturiere, nell’energia, nei trasporti e nel settore immobiliare. Gli investimenti legati ai combustibili fossili, considerati maggiormente esposti al rischio di perdita di valore in una transizione disordinata, sono pari a circa 10 miliardi, ossia l’1% del portafoglio complessivo.
Gli investimenti non governativi ammissibili alla Tassonomia europea sono stimati tra 59,3 e 65,9 miliardi di euro, a seconda che si utilizzi il criterio basato sul fatturato o quello riferito alle spese in conto capitale. Gli investimenti effettivamente allineati sono molto inferiori, ma in crescita: 13,2 miliardi secondo il criterio del fatturato e 20,6 miliardi secondo quello delle spese in conto capitale. Le obbligazioni verdi non governative detenute da 64 compagnie ammontano invece a 17,1 miliardi, pari all’8,5% delle obbligazioni societarie.
Il rapporto segnala infine un graduale miglioramento della disponibilità dei dati, ma anche criticità ancora rilevanti. La capacità di misurare le emissioni finanziate è aumentata: la quota di investimenti per i quali sono disponibili dati sulle emissioni dirette e su quelle legate all’energia è passata dal 40,6% al 49,2%, mentre quella relativa alle altre emissioni indirette è salita dal 38,9% al 47,5%. Persistono tuttavia difficoltà nella georeferenziazione delle esposizioni assicurative, nella ricostruzione degli investimenti detenuti attraverso fondi e nella raccolta di informazioni complete e omogenee sulle emissioni. Questi limiti riducono la confrontabilità tra le imprese e rendono più complesse sia le valutazioni prospettiche dei rischi climatici sia la misurazione dell’impronta carbonica dei portafogli.



