
Servizio Sanitario Nazionale in difficoltà L’analisi della Fondazione Gimbe
Servizio Sanitario Nazionale in difficoltà L’analisi della Fondazione Gimbe. Negli ultimi anni, la sanità italiana sta affrontando una crisi strutturale che si manifesta in una crescente carenza di medici di medicina generale, una spesa sanitaria privata in costante aumento e una mobilità sanitaria interregionale che evidenzia profonde disuguaglianze territoriali. La Fondazione GIMBE ha analizzato questi fenomeni, fornendo dati e valutazioni che mettono in luce le criticità del sistema e le possibili conseguenze a lungo termine.
La carenza di medici di famiglia rappresenta una delle emergenze più gravi. Attualmente, mancano oltre 5.500 medici di medicina generale, una situazione che compromette l’accesso alle cure per molti cittadini. Il 52% dei medici attualmente in servizio assiste un numero di pazienti superiore al massimale previsto, con punte che in alcune aree superano i 1.800 assistiti per medico. Nei prossimi anni, la situazione è destinata a peggiorare: entro il 2027, oltre 7.300 medici raggiungeranno l’età pensionabile, senza che il turnover generazionale riesca a colmare il divario. Il problema non è solo numerico ma anche legato alla progressiva perdita di attrattività della professione: nel 2024, il 15% delle borse di studio per la formazione in medicina generale è rimasto scoperto, con punte di oltre il 40% in alcune regioni. Il fenomeno è aggravato dall’invecchiamento della popolazione, con gli over 80 che sono triplicati negli ultimi 40 anni. Di fronte a questa situazione, il dibattito politico ha introdotto l’ipotesi di rendere i medici di famiglia dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, ma senza una preventiva valutazione d’impatto economico, contributivo e organizzativo.
La spesa sanitaria privata ha registrato un incremento significativo, con una crescita del 26,8% tra il 2012 e il 2022 e un valore complessivo che nel 2023 ha superato i 40,6 miliardi di euro. L’aumento della spesa out-of-pocket, ovvero quella sostenuta direttamente dai cittadini, non è solo un indicatore del sottofinanziamento della sanità pubblica, ma evidenzia anche il crescente peso economico che grava sulle famiglie. Nel 2023, il 40% di questa spesa è stata destinata a prestazioni sanitarie considerate di basso valore, ovvero senza un reale beneficio per la salute. Le differenze tra le regioni sono marcate: la Lombardia registra la spesa pro-capite più alta, superando i mille euro, mentre in Basilicata il valore scende a 377 euro. In Sardegna, il 13,7% della popolazione ha rinunciato a cure necessarie per ragioni economiche, la percentuale più alta a livello nazionale. Il sistema di sanità integrativa, costituito da fondi sanitari e assicurazioni, ha un ruolo ancora marginale, con una quota intermediata pari a soli 5,2 miliardi di euro, ovvero il 3% della spesa sanitaria totale e l’11,4% di quella privata.
Un altro aspetto critico è rappresentato dalla mobilità sanitaria interregionale, che nel 2022 ha raggiunto i 5,04 miliardi di euro, il valore più alto mai registrato. Questo fenomeno evidenzia un profondo squilibrio tra le regioni del Nord e del Sud del Paese. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto raccolgono il 94,1% del saldo attivo della mobilità sanitaria, mentre il 78,8% del saldo passivo grava sulle regioni del Centro-Sud, tra cui Abruzzo, Calabria, Campania, Sicilia, Lazio e Puglia. I pazienti sono costretti a spostarsi non per una libera scelta, ma per la necessità di ricevere cure che le loro regioni di residenza non sono in grado di garantire. Più della metà delle prestazioni erogate fuori regione viene assorbita dalla sanità privata accreditata: il 54,4% della spesa per ricoveri e prestazioni specialistiche finisce nelle strutture private, mentre il 45,6% viene destinato agli ospedali pubblici. I dati mostrano inoltre che la mobilità sanitaria riguarda in misura prevalente i ricoveri ospedalieri e la specialistica ambulatoriale, con un impatto significativo sulle famiglie in termini economici e logistici.
Le analisi della Fondazione GIMBE evidenziano come la crisi della sanità pubblica si stia traducendo in un progressivo aumento delle disuguaglianze, sia in termini di accesso ai medici di famiglia, sia nella capacità economica di sostenere cure private, sia nella necessità di spostarsi per ricevere assistenza adeguata. Il rischio, secondo i dati raccolti, è che senza un intervento strutturale il sistema sanitario nazionale possa subire una trasformazione irreversibile, con un progressivo sbilanciamento a favore del settore privato e una compromissione del diritto alla salute per le fasce più fragili della popolazione.



