L’esposizione delle aziende italiane agli incendi boschivi L’analisi di Banca d’Italia Mix by audio-joiner.com
L’esposizione delle aziende italiane agli incendi boschivi L’analisi di Banca d’Italia. Il documento della Banca d’Italia Economic exposure to wildfires: a firm-level analysis based on innovative hazard mapping in Italy, pubblicato nel giugno 2026 nella collana Questioni di Economia e Finanza, analizza l’esposizione delle imprese italiane agli incendi boschivi attraverso l’integrazione di mappe di pericolosità ad alta risoluzione con i dati georeferenziati delle sedi e delle unità locali delle aziende. Lo studio, realizzato con la collaborazione della Fondazione CIMA, non si limita quindi a osservare la sede legale delle imprese, ma considera la localizzazione effettiva dei diversi stabilimenti, magazzini, uffici e unità produttive presenti sul territorio.
Il tema assume particolare rilevanza perché gli incendi producono conseguenze che vanno ben oltre la distruzione del patrimonio forestale. Possono danneggiare abitazioni, impianti produttivi, infrastrutture energetiche, reti di trasporto e sistemi di approvvigionamento idrico, con effetti indiretti sull’attività economica e sulla stabilità finanziaria. Nel 2024 sono bruciati in Italia circa 51.000 ettari, prevalentemente in Sicilia e Calabria. Sebbene tra il 2000 e il 2018 il numero degli incendi e la superficie complessivamente bruciata siano mediamente diminuiti, anche grazie alle politiche di prevenzione introdotte all’inizio degli anni Duemila, il fenomeno continua a presentare una forte variabilità annuale e può generare stagioni particolarmente distruttive, come quella del 2017.
Per costruire la propria valutazione, gli autori utilizzano i dati del Registro delle imprese di InfoCamere, riferiti alla fine del 2023. Il campione comprende circa 2,37 milioni di imprese e 1,1 milioni di unità locali secondarie, per un totale di oltre 3,45 milioni di siti aziendali. La maggioranza delle imprese, pari al 73 per cento, opera attraverso una sola sede. Una parte dell’analisi impiega inoltre le informazioni economiche e patrimoniali fornite da Cerved per circa 757.000 società di capitali.
Le sedi aziendali sono state sovrapposte alle mappe elaborate dalla Fondazione CIMA nell’ambito del sistema nazionale RISICO, utilizzato dalla Protezione civile per il monitoraggio e l’allerta degli incendi. Le mappe hanno una risoluzione di 500 per 500 metri e combinano due elementi distinti: la probabilità che un incendio si verifichi in una determinata area e la sua possibile intensità. La suscettibilità dipende da fattori climatici, topografici, ambientali e antropici, tra cui temperatura, precipitazioni, durata dei periodi di siccità, umidità, vento, altitudine, pendenza del terreno, copertura vegetale e prossimità agli insediamenti umani. L’intensità potenziale è invece collegata principalmente al tipo di vegetazione: colture e prati possono alimentare incendi superficiali di intensità relativamente bassa, mentre arbusti, conifere ed eucalipti possono favorire incendi molto più intensi e con fiamme elevate.
La validazione delle mappe mediante il registro degli incendi dei Carabinieri forestali mostra una buona capacità di identificare le aree effettivamente interessate dal fenomeno. Circa il 73% delle superfici bruciate tra il 2007 e il 2023 ricade infatti nelle categorie classificate ad alta suscettibilità, mentre soltanto il 2% appartiene alle categorie a bassa suscettibilità.
Applicando la classificazione scelta dallo studio, risultano esposti agli incendi 64.801 siti produttivi, pari all’1,9% dei circa 3,46 milioni di siti osservati. Le unità collocate nelle categorie di pericolosità più elevata sono 4.603, poco più dello 0,1% del totale. La percentuale relativa ai siti è superiore a quella delle imprese perché una stessa azienda può disporre di più unità locali, alcune delle quali situate in aree a rischio e altre in zone non esposte.
L’esposizione presenta differenze territoriali molto accentuate. Le quote più elevate di unità produttive esposte si registrano in Calabria, con il 7,4%, Basilicata, con il 6,6%, Molise, con il 6,3%, Valle d’Aosta, con il 5,8%, Sardegna, con il 4,2%, e Sicilia, con il 3,9%. Seguono Abruzzo e Liguria, entrambe intorno al 3,7%. Lombardia e Veneto registrano invece una quota dello 0,6%, mentre la Puglia, nella situazione attuale descritta dalle mappe, si ferma allo 0,7%.
La presenza della Valle d’Aosta tra le regioni maggiormente esposte dimostra che il rischio non riguarda esclusivamente il Mezzogiorno o le zone caratterizzate da temperature più elevate. In questo caso incide soprattutto la notevole diffusione delle foreste di conifere, che possono alimentare incendi di chioma molto intensi. Occorre quindi distinguere fra la probabilità di innesco e propagazione dell’incendio e la possibile intensità del fenomeno una volta sviluppatosi.
Anche la distribuzione settoriale è disomogenea. L’agricoltura presenta l’incidenza maggiore, con il 5,4% delle unità produttive esposte. Seguono industria ed energia e costruzioni, entrambe con il 2,2%, commercio e trasporti con l’1,9%, attività artistiche, sportive e altri servizi con l’1,6%. Le quote più basse riguardano il comparto immobiliare, con l’1,1%, e le attività informatiche e finanziarie, con lo 0,7%.
Considerando il numero degli occupati e non soltanto la localizzazione delle unità produttive, lo studio stima che l’1,4% dei lavoratori italiani operi in sedi esposte agli incendi. La provincia con il valore più elevato è Enna, dove circa il 20% degli addetti lavora in siti collocati in aree suscettibili. A livello aziendale, il 98,6% delle imprese non presenta alcuna esposizione, mentre l’1,4% ha almeno una parte della propria forza lavoro in aree a rischio. Per circa due terzi delle imprese esposte, l’esposizione è totale: tutti i lavoratori risultano occupati in siti situati in zone suscettibili agli incendi.
Un elemento importante riguarda il valore economico concentrato nelle aree esposte. Nel campione delle società per le quali sono disponibili i bilanci Cerved, soltanto il 2,7% delle imprese risulta esposto, ma queste aziende rappresentano il 17,8% del totale delle attività patrimoniali e il 22,7% delle immobilizzazioni materiali. Ne deriva che una quota relativamente limitata di imprese può concentrare una parte molto più rilevante del capitale produttivo potenzialmente interessato. Il rischio non deve quindi essere valutato soltanto in base al numero delle aziende, ma anche considerando il valore degli impianti, dei fabbricati, dei macchinari e delle altre attività materiali presenti nelle aree esposte.
L’analisi delle caratteristiche aziendali mostra inoltre che le imprese con più sedi hanno una probabilità sensibilmente maggiore di risultare esposte: raddoppiare il numero delle unità locali comporta, approssimativamente, un raddoppio delle probabilità relative di avere almeno una sede in un’area a rischio. L’esposizione è più frequente anche tra le imprese con unità produttive mediamente più piccole e tra quelle che presentano una maggiore incidenza delle attività materiali sul totale dell’attivo. Quest’ultimo risultato può essere spiegato dal fatto che stabilimenti, depositi e strutture produttive di grandi dimensioni sono spesso collocati in aree periferiche o non urbane, maggiormente prossime a vegetazione, terreni agricoli o zone forestali.
Rispetto agli altri rischi naturali, gli incendi interessano una quota di imprese inferiore a quella esposta alle alluvioni o alle frane. Secondo le elaborazioni richiamate nello studio, il 26,6% dei siti è esposto alle alluvioni e l’8,6% alle frane. Tuttavia, le esposizioni possono sovrapporsi. Circa 19.000 unità produttive, pari a oltre il 30% di tutti i siti esposti agli incendi, risultano contemporaneamente esposte anche alle frane. Questa correlazione è legata soprattutto alla pendenza dei terreni, che costituisce un fattore rilevante sia per la propagazione degli incendi sia per l’instabilità dei versanti. La contemporanea esposizione a incendi e alluvioni è invece meno frequente, mentre soltanto 1.290 siti, lo 0,04% del campione, risultano esposti contemporaneamente a incendi, frane e alluvioni.
Lo studio verifica anche che cosa sia accaduto alle imprese effettivamente raggiunte dagli incendi. Tra il 2021 e il 2023 il registro dei Carabinieri forestali censisce circa 17.700 incendi, che hanno interessato complessivamente quasi 320.000 ettari. Incrociando i perimetri delle aree bruciate con le localizzazioni aziendali, risultano coinvolti 1.777 stabilimenti o unità locali, equivalenti allo 0,5 per mille di tutti i siti osservati. I casi sono stati 655 nel 2021, 422 nel 2022 e 700 nel 2023.
Il numero più elevato di unità coinvolte appartiene al commercio e ai trasporti, con 672 siti, seguito da industria ed energia con 350, costruzioni con 232, servizi professionali e di supporto con 161 e agricoltura con 141. L’agricoltura, pur non risultando prima in termini assoluti, è nettamente sovrarappresentata rispetto al suo peso complessivo nel sistema produttivo: costituisce circa il 4 per cento delle unità censite, ma quasi l’8 per cento di quelle interessate dagli incendi.
Per valutare gli effetti sulla continuità aziendale, gli autori confrontano le unità colpite con gruppi di imprese simili per settore, regione, numero di dipendenti ed età. Nell’intero campione InfoCamere, la probabilità che un’unità produttiva continui a essere presente l’anno successivo è pari mediamente al 92,1%. Dal confronto non emerge una differenza statisticamente significativa tra le sedi coinvolte negli incendi e quelle comparabili non coinvolte. In altri termini, nel breve periodo gli incendi non sembrano aver aumentato in maniera apprezzabile la probabilità di cessazione dell’unità produttiva.
Questo risultato deve però essere interpretato con cautela. L’analisi copre soltanto il periodo 2021-2023 e considera la permanenza della singola unità nel Registro delle imprese, senza poter distinguere con certezza tra chiusura definitiva e trasferimento. Inoltre, il fatto che una sede si trovi all’interno del perimetro di un incendio non implica necessariamente che abbia subito danni materiali gravi. Potrebbero essersi verificati danni limitati, interruzioni temporanee o perdite economiche insufficienti a determinare la cessazione dell’attività. Per misurare adeguatamente gli effetti sarebbero necessari dati assicurativi, informazioni sui danni effettivamente liquidati e serie più lunghe relative a fatturato, redditività, occupazione e investimenti.
La parte prospettica del documento stima infine come potrebbe cambiare l’esposizione in seguito al riscaldamento globale. Non essendo ancora disponibili mappe italiane del rischio aziendale costruite direttamente sui diversi scenari climatici, gli autori utilizzano come approssimazione le proiezioni europee relative alla popolazione esposta. Sulla base di questa metodologia, il numero di siti produttivi italiani a rischio potrebbe aumentare di circa il 3% nello scenario di aumento della temperatura globale di 1,5 °C e di circa l’11% nello scenario di aumento di 3 °C. Gli incrementi maggiori sarebbero concentrati in Puglia, Campania e Lazio.
Il rapporto sottolinea che l’aumento del rischio non sarebbe lineare. Passare da uno scenario di riscaldamento di 1,5 °C a uno di 3 °C non produce semplicemente un raddoppio dell’incremento dell’esposizione, ma una crescita molto più marcata. Ciò dipende dall’interazione tra temperature, siccità, umidità, vento, stato della vegetazione e durata delle stagioni favorevoli agli incendi.
La conclusione centrale è che l’esposizione complessiva delle imprese italiane agli incendi appare oggi quantitativamente circoscritta, ma è fortemente concentrata in specifici territori, settori e tipologie di attività economica. Una quota modesta di aziende può inoltre rappresentare una parte rilevante del capitale fisico e delle attività materiali del sistema produttivo. Per questo gli autori ritengono necessario integrare sistematicamente le mappe ad alta risoluzione nei sistemi di valutazione economica, finanziaria e territoriale, così da individuare le vulnerabilità con maggiore precisione e predisporre interventi di prevenzione e adattamento mirati.
Lo studio evidenzia anche un vuoto normativo: a differenza delle alluvioni, disciplinate a livello europeo dalla direttiva del 2007, non esiste un quadro europeo o italiano specificamente rivolto alla gestione del rischio di incendio nelle vicinanze degli insediamenti industriali e commerciali. Le future politiche dovrebbero pertanto considerare non soltanto la lotta agli incendi e la tutela forestale, ma anche la pianificazione territoriale delle attività produttive, la protezione degli impianti, la continuità operativa, la gestione assicurativa del rischio e le specifiche condizioni economiche e ambientali delle diverse regioni.



