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CatNat A che punto siamo Le reazioni delle PMI. Come noto, il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 9 dicembre 2024, ha approvato il Decreto Milleproroghe che posticipa al 31 marzo 2025 l’obbligo per le imprese di stipulare coperture assicurative a copertura dei danni causati da eventi catastrofali. La proroga è stata introdotta per offrire alle aziende un margine di tempo più ampio per adeguarsi alla normativa stabilita dalla Legge di Bilancio 2024, che inizialmente fissava la scadenza al 31 dicembre 2024.
Dal canto suo, il Consiglio di Stato, nel parere sul regolamento attuativo dell’obbligo, ha sollevato alcune perplessità che potrebbero influire sull’efficace implementazione della normativa. Tra queste, è stata evidenziata una discrepanza temporale tra l’obbligo per le imprese di stipulare le polizze entro il termine previsto e la disposizione transitoria del regolamento che concede alle compagnie assicurative 90 giorni dalla pubblicazione del decreto per adeguare i testi di polizza, complicando potenzialmente per le aziende il rispetto della scadenza, creando incertezza e ulteriori ritardi.
Il Consiglio di Stato ha anche segnalato un problema di competenza relativo all’allegato del regolamento che disciplina la convenzione con la società SACE in materia riassicurativa, indicando che tale aspetto sarebbe di competenza della Prima Sezione consultiva e non della Sezione Consultiva per gli Atti Normativi e ha suggerito di individuare figure professionali specifiche per garantire una corretta valutazione dei danni causati da eventi catastrofali, sottolineando la necessità di competenze tecniche adeguate per gestire situazioni di emergenza.
Ulteriori chiarimenti sono stati richiesti sull’applicazione dell’obbligo assicurativo in situazioni particolari, come l’affitto o l’usufrutto d’azienda, per assicurare certezza giuridica e coerenza normativa e sono state proposte modifiche terminologiche per allineare il regolamento alla terminologia del Codice Civile, evitando possibili dubbi interpretativi.
Sappiamo che la normativa obbliga le imprese con sede legale in Italia o con una stabile organizzazione sul territorio nazionale, incluse le società di persone e le società a responsabilità limitata, a stipulare coperture assicurative per proteggere le immobilizzazioni materiali registrate nei loro bilanci. Questi beni comprendono terreni, fabbricati, impianti, macchinari e attrezzature industriali o commerciali. Le coperture devono riguardare i danni diretti provocati da terremoti, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Sono escluse dall’obbligo le imprese agricole definite dall’articolo 2135 del Codice Civile e gli immobili costruiti senza le necessarie autorizzazioni o con abusi edilizi.
Il premio assicurativo sarà determinato in base al rischio, considerando la localizzazione geografica e la vulnerabilità dei beni, oltre alle misure preventive adottate dall’impresa. La normativa prevede anche un limite massimo del 15% sul valore del danno subito per quanto riguarda scoperti o franchigie. Le imprese che non si adegueranno rischiano di essere escluse dall’accesso a contributi, sovvenzioni o agevolazioni finanziarie pubbliche, comprese quelle specifiche per la gestione delle calamità naturali.
In questo contesto, nel quale i dettagli sono ancora incerti e sfumati – utilissimo in tal senso l’intervento della Commissione SME AUA sull’ultimo numero di Prospettive – l’introduzione dell’obbligo per le imprese italiane di stipulare assicurazioni contro i danni causati da eventi catastrofali ha suscitato reazioni da parte di alcune associazioni di categoria (in particolare sono intervenute le principali organizzazioni dell’artigianato, Cna, Confartigianato e Casartigiani), e in generale si sta riscontrando una certa resistenza da parte delle aziende. Si tratta di un fenomeno complesso, influenzato da fattori economici, culturali, psicologici e strutturali. Tra gli ostacoli principali vi è il costo percepito delle polizze, che rappresenta un onere significativo per molte imprese, in particolare per le piccole e medie. Operando spesso con margini ridotti e risorse limitate, queste aziende considerano i premi assicurativi un investimento difficilmente giustificabile nel breve termine, soprattutto se la probabilità di subire danni viene percepita come bassa. La mancanza di liquidità o la necessità di destinare risorse ad attività ritenute più urgenti contribuiscono ulteriormente a relegare l’assicurazione a una spesa non prioritaria.
In Italia, inoltre, la cultura della prevenzione è storicamente poco radicata. Molte aziende tendono a sottovalutare i rischi futuri, adottando un approccio reattivo anziché proattivo. Questo atteggiamento è alimentato da un senso di ottimismo irrealistico, che porta a credere che gli eventi catastrofali siano improbabili o che non colpiranno direttamente la propria attività. A ciò si aggiunge una fiducia implicita nell’intervento pubblico, rafforzata da anni di politiche emergenziali che hanno garantito aiuti statali alle imprese colpite da calamità naturali.
Un altro elemento che alimenta la resistenza è una certa diffidenza che ancora permane verso il settore assicurativo. Molte aziende nutrono tutt’oggi sfiducia nei confronti delle compagnie, anche a causa della complessità dei contratti assicurativi, percepita come elevata, che rende le imprese riluttanti a investire in coperture che temono possano rivelarsi poco vantaggiose in caso di necessità.
Soprattutto le piccole e medie imprese non dispongono di personale dedicato o di competenze specifiche per la gestione del rischio. La difficoltà nel valutare correttamente il rischio specifico della propria attività e quindi scegliere una copertura adeguata alle proprie esigenze rappresenta un ulteriore deterrente all’acquisto di un prodotto del quale non si percepisce ancora l’effettiva utilità. A ciò si aggiunge, infine, la storica abitudine di confidare nel fatto che eventuali danni saranno comunque risarciti attraverso fondi pubblici, eliminando la necessità di affrontare i costi di un’assicurazione.
In questo scenario, un ruolo fondamentale viene – come sempre – svolto dagli intermediari professionisti, che, grazie alla loro esperienza e vicinanza al tessuto PMI sul territorio, possono contribuire a colmare il gap culturale e informativo, promuovendo una maggiore consapevolezza sui rischi e facilitando il dialogo tra aziende e settore assicurativo, aiutando le imprese a comprendere il valore di una copertura adeguata e superare le diffidenze esistenti.



