Cat Nat Insurance Protection Gap Tra sostenibilità economica e rischio di esclusione dalle coperture
Cat Nat Insurance Protection Gap Tra sostenibilità economica e rischio di esclusione dalle coperture. Con climate insurance protection gap si intende la differenza tra le perdite economiche totali e la quota di tali perdite coperta da assicurazione per un determinato evento (o categoria di eventi). Nel report “Tackling the Insurance Protection Gap – Leveraging climate mitigation and nature to increase resilience” la definizione viene adottata in un senso più ampio, per includere anche le passività potenziali non assicurate che ricadono su attori privati e bilanci pubblici.
A causa del cambiamento climatico e della perdita di ecosistemi naturali, il divario tra perdite economiche da eventi estremi e perdite assicurate si sta ampliando. Anche a parità di coperture, l’aumento di frequenza e severità degli eventi incrementa le perdite economiche e quindi il gap in valore assoluto; il gap cresce anche in termini relativi quando le compagnie ridimensionano la copertura (per aree, pericoli o linee di business) e/o quando i premi diventano non sostenibili per famiglie e imprese. Il report WWF evidenzia inoltre che l’estensione geografica dei disastri verso aree prima meno esposte contribuisce al gap, perché in tali aree spesso manca la consapevolezza della necessità di assicurarsi.
Vi è una serie di criticità strutturali che mettono sotto stress i modelli assicurativi tradizionali. In primo luogo, in un clima che cambia, i dati storici non sono più un riferimento affidabile per stimare le perdite future, configurando una problematica di base per assicuratori e attuari. I feedback loop (ciclo di retroazione, cioè quel meccanismo in cui un cambiamento iniziale produce effetti che, a loro volta, influenzano la causa iniziale) tra cambiamento climatico e perdita di ecosistemi, insieme alla possibilità di tipping points fisici, complicano ulteriormente le valutazioni, determinando la necessità di ricalibrare prezzi e modelli di capitale e, spesso, una restrizione della propensione all’assunzione del rischio, con effetti sulla disponibilità di coperture.
Il rischio climatico tende a colpire aree geografiche più ampie e in modo potenzialmente simultaneo su più regioni, rendendo più difficile la diversificazione e quindi mettendo in crisi il principio di mutualità dei rischi. Secondo le mappe del Regno Unito (NAFRA2, 2025): le famiglie a rischio alluvione aumentano da cinque milioni e mezzo nel 2024 a circa sei milioni (inclusi quattro milioni e seicentomila di famiglie a rischio di allagamenti da acque superficiali/flash flooding, difficili da prevedere) e si prevede di arrivare a otto milioni entro il 2050 a causa del cambiamento climatico, con impatti sulla possibilità di “pooling” del rischio alluvione a costi sostenibili.
Le dinamiche intercorrenti tra perdita di natura e resilienza del paesaggio non sono ampiamente riconosciute nei modelli assicurativi; le conseguenze della degradazione sono complesse, con effetti a cascata difficili da quantificare; un esempio è dato dalla perdita di impollinatori, che può ridurre la produttività agricola e arrivare a generare impatti su business interruption e crop insurance. Il report segnala l’assenza di metodologie contabili per gli impatti della perdita di natura paragonabili a quelle esistenti per il climate risk, nonché la mancanza di equivalenti “standardizzati” alle RCP (Representative Concentration Pathways, gli scenari climatici standardizzati utilizzati nella ricerca scientifica e nei modelli di rischio), e si osserva che spesso mancano dati e strumenti di modellazione per valutare l’efficacia delle misure di resilienza, in particolare per le nature-based solutions, limitando la capacità di integrare tali misure in pricing, underwriting e capitale.
Va creandosi un conflitto tra due funzioni diverse dei premi assicurativi, che devono da un lato riflettere il livello reale di rischio e, dall’altro, far sì che l’assicurazione resti disponibile e economicamente sostenibile per famiglie e imprese, soprattutto nelle comunità ad alto rischio. I benefici della natura – come aria e acqua pulite, o elementi naturali in grado di proteggere dalle alluvioni – sono da considerarsi beni pubblici, ponendo un problema di incentivazioni per investimenti privati in soluzioni basate sulla natura. Gli incentivi di mercato spingono il settore verso approcci “a silos” alla resilienza, ove problemi complessi vengono affrontati separatamente da settori o funzioni diverse, senza coordinamento tra loro. Contestualmente, gli aumenti di premio e il ritiro dai mercati possono proteggere capitale e margini, ma tendono a ridurre l’accesso alla copertura proprio dove serve, spostando l’onere su famiglie, imprese e governi e indebolendo le basi sociali dell’assicurazione.



